Le prime parole di stamattina
3 febbraio 2010“…come ti senti?…”
Ancora sonnacchiosa, dopo che ieri ho avuto l’ennesimo attacco di emicrania.
Sottolineo, le primissime parole.
E non aggiungo altro.
“…come ti senti?…”
Ancora sonnacchiosa, dopo che ieri ho avuto l’ennesimo attacco di emicrania.
Sottolineo, le primissime parole.
E non aggiungo altro.
Il perdono è spesso l’indicatore della vigliaccheria di chi lo riceve.
Certo non è facile tornare dopo mesi di silenzio con una frase del genere, ma era troppo importante.
Pensateci su, immaginate una situazione come quella che segue.
Avete appena fatto del male ad una persona.
Ora, non importa quanta intenzione ci abbiate messo.
Che siate delle persone stronze e senza scrupoli che fanno del male gratuitamente, che siate in piena confusione e le parole vi escano di bocca senza che ve ne rendiate conto e non comprendiate il loro vero peso se non dopo che i bollori siano passati…insomma, vi siete trovati a fare del male.
Per di più, lo avete fatto a chi farebbe di tutto per voi, sacrificherebbe qualunque cosa.
Lo avete fatto.
Che succede? Spesso segue silenzio, con vari goffi tentativi di capire, e soprattutto di proporre/imporre le proprie ragioni.
Silenzio.
Ad un certo punto la solita vocina, quella che si potrebbe a ragione chiamare Dio, o coscienza, o quel che vi pare, non vi parla sulla spalla con l’aspetto di un chierichetto in gonnella o di un maniaco attillato in rosso, bensì suggerisce poche e semplici parole: “mi dispiace davvero, non so che dire, ma ti chiedo scusa”.
Che poi basterebbero anche solo le ultime tre.
No no, non è la soluzione più facile e vigliacca, no, il meglio deve ancora venire.
E certo, perché d’istinto capite che si tratta della soluzione migliore, eppure…niente, la lingua si inchioda all’orgoglio, e non le dite.
Ma c’è di più.
Quella vocina, impertinente e tenace, vi suggerisce qualcosa di ancora più scandaloso: l’altra persona, dietro il suo aspetto offeso e dispiaciuto, vi ha già perdonato, ed è pronta a dimostrarvelo, non a parole, se solo glie ne date la possibilità .
Ecco, volevo arrivare qui.
Ora, il problema non è solo l’orgoglio, ma il sapere che siete già stati perdonati, e vi sentite vigliacchi.
Perché? Ma è semplice: l’altra persona è già andata talmente oltre da aver fatto uno dei più grandi atti d’amore, e aver risolto una situazione che nemmeno nottate di spiegazioni, libri, trattati di morale o discussioni a più voci potrebbero risolvere.
BAM.
Finito tutto, e voi vi trovate soli, tenacemente aggrappati alle vostre “ragioni” e via dicendo.
E per qualche istante, qualche lungo istante, non ce la fate proprio a dire “ti chiedo scusa”, proprio perché l’altra persona è lì pronta, senza malizia, a stroncare quelle parole con un gesto, uno sguardo, qualcosa di minimo ed immenso, a segno di un sentimento che nemmeno il male che è più male potrebbe minimamente scalfire.
Alla fine, dopo quei lunghi istanti lo dite, “ti chiedo scusa”, e ricevete il perdono.
Tremendo eh?
Ti fa capire quanto sei piccolo, quanto idiota è l’orgoglio, ma soprattutto quanto non esistano problemi che la semplicità devastante dell’amore non possa risolvere, senza analizzare, senza capire, scomporre e ricomporre.
Annullando, in pace.
Mi torna in mente il film “Schindler’s List”: l’ufficiale che faceva tiro a segno dalla finestra riceve una lezione sul “perdono” che un herr Shindler gli propone per salvare delle vite, proponendogliele come un atto di potere.
Lui va in bagno, il bambino ha lasciato un alone nella vasca da bagno che stava pulendo, lui fa per picchiarlo e poi, ricordando quelle parole, lo perdona, come farebbe un imperatore austro-ungarico, e lo manda via.
Poi un lampo, la coscienza della sua piccolezza, di quel perdono finto che lo smaschera, e lo rende nudo e verme a sé stesso, non regge e spara dalla finestra a quel bambino.
Sappiamo dalla storia e dal film quanto poco lontano (grazie alla vita) sia arrivato questo inutile essere.
Finisco qua, aggiungendo un “grazie” a chi sa perdonarmi, piccolo piccolo, come me.
E dopo mesi dico ancora “…CHE VITA!”, con il pugno serrato, per non far scivolare via la fede.
Per un motivo o per un altro, ultimamene sono tornato a caccia dei significati delle parole.
Ce n’è una che di certo non si può racchiudere in un post, a malapena lo si fa in una vita intera: anarchia.
“anarchia [a-nar-chì-a] s.f. (pl. -chìe)
1 Assenza di governo o di un’efficiente autorità di governo: il paese è caduto nell’a. ‖ estens. Confusione generale, grave disordine: in questa azienda regna l’a.” (fonte Hoepli).
Questo dice il dizionario. In entrambe le definzioni aleggia un connotato negativo: efficiente autorità di governo (senza la quale, evidentemente, regnerebbe il caos) e confusione…grave disordine.
Fin qui il senso comune ci fa dire “…ok, quindi?”.
Il sottoscritto però è un po’ stronzetto su queste cose, e si chiede se l’anarchia sia davvero quello che si pensa, o meglio se questa parola sia stata usata finora onesatamente (e non ho detto correttamente, notare).
Mi ci fa fatto pensare un gatto oggi, dopo pranzo.
Caldo pomeriggio estivo, domenica, io e margheritafolle abbiamo appena finito di pranzare. Lei torna a sfaccendare, io indugio un pochino sul balcone prima di tornare dentro.
All’inizio è un’ape, a dire il vero, ad attirare la mia attenzione: volteggia calma e decisa qua e là alla ricerca dei nostri vasi di fiori, tolti qualche giorno fa (per migliori cure a casa dei genitorisuoceri).
Sola, nel vuoto (quanto deve essere grande quell’altezza per lei!), impavida, dedita al suo lavoro: vivere.
Scende giù e…toh, tra le terpaglie di un giardino condominiale incolto, un gatto che dorme. Eccolo.
E chi l’ammazza, si dice da queste parti.
Solo, senza scrupoli, anche lui gusta il suo momento: l’erba come materasso, le sterpaglie incolte per la frescura…e abbastanza vicino al marciapiede per prendersi una carezza gratuita, se arriva, se no fa lo stesso.
Non so descrivervi quello che ho pensato, troppo difficile davvero.
Però mi sono reso conto, come citato in “American Beauty”, di quanta bellezza ci sia nel mondo.
Tutto funziona, a prescindere da tutto: eccola qui, l’anarchia.
E la natura, a pensarci bene, è forse l’entità più anarchica che sia mai esistita: vive, si evolve, senza governo.
Badate, ho detto senza governo, non senza leggi, con tutto il limite che anche la parola “leggi” ha (dopotutto siamo noi che individuiamo delle leggi per capirla, questa natura).
Fatto sta, il giardino è incolto, frutto della disorganizzazione organizzata di un condominio tutto umano: il resto, gatto, api e sterpaglie, funzionano a meraviglia.
Mi fermo, non saprei continuare, ma vi dico che è stupefacente di quanto si possa trovare in un giardino incolto, un’ape e un gatto.
Viva l’anarchia, allora, e che vi accompagni nei cuori.
Gio.