
Credo sia un ennesimo inutile neologismo, ma forse rende l’idea di quanto sto per dire.
Stamattina mi è venuta voglia di parlare di qualcosa che o vi interesserà tanto, o non vi interesserà affatto.
Ma sono matto, ho bisogno di scrivere certe cose, per rielaborarle, viverle, e magari poi cancellarle, se necessario.
Il pensiero mi è venuto di nuovo in metro.
Ieri sera ho terminato “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare“.
Bellissimo.
Ho avuto un sussulto quando il gatto Zorba ha detto “…solo chi osa volare riesce a farlo“.
Stamattina ero alla ricerca di un nuovo libro.
Ho sempre pensato (e sentito) che in un modo o nell’altro i libri ti cercano.
Mia sorella mi ha regalato a Natale “Margherita Dolcevita” di Stefano Benni.
Margherita come Margherita…che parla in modo strambo come me e si comporta come la margherita…sono solo all’inizio ma mi ha fatto sorridere nella grigia metropolitana.
Mi piace.
Autogestazione.
Sì, perché la coincivicenda del libro giusto al momento giusto mi ha fatto ricordare alcune cose, e mi sta facendo riflettere.
Avete mai avuto la sensazione che gli eventi passati, anche immediatamente antecedenti il presente, vi abbiano preparato a quello che siete ed avete ora?
Non parlo di mera consequenzialità cronologica.
Non faccio nemmeno un discorso statistico cui si potrebbe rispondere: mi sono successe tante cose, e vivo il presente anche sulla base di queste.
No.
Parlo proprio di una specie di percezione, di una forma, di una sequenza, non ineluttabile né rigida, ma degli amati incastri mobili e creativi della vita.
Non attacco con un panegirico di sapore esoterico o religioso o filosofico o quant’altro.
Non mi compete, non mi interessa, non serve a nulla, in realtà è una cosa più semplice (ed utile, credo).
E’ che pensare a questa cosa mi fa rimanere in silenzio (a dispetto del fiume di parole che scrivo ora), come un bambino, stupefatto, curioso, fiducioso, carico.
Voglio essere più preciso, spero di riuscirci.
A volte, dicevo, sento come se gli eventi passati mi avessero preparato esattamente per quello che vivo ora, in ogni aspetto della mia vita.
E allora i pianti ed i crolli mi hanno preparato ai sorrisi e a risorgere lottando.
E la fiducia data e ricevuta mi ha insegnato a dare una fiducia che mai avrei pensato di poter dare…e a saper apprezzare veramente quella che mi viene gratuitamente data.
E vivo migliaia di “prime volte” ogni gionro.
La testardaggine al lavoro mi ha insegnato a lottare, e a riconoscere gli errori, e a non farmi mettere i piedi in testa…
E i casini, fuori e dentro di me, mi hanno insegnato a capire i casini degli altri, a compatire (“soffrire con“, etimologicamente parlando, senza nessuna accezione pietistica) quando necessario gli esseri umani come me, e ad arrabbiarmi di meno.
E il tornare bambini…e la follia…e il viaggiare…è come se piano piano ogni tassello prima trovato, o intravisto, o ideato, venisse ora collocato…preso…costruito…e il Giosaico prendesse forme e colori sempre nuovi.
Perché i pezzi non sono incollati, sono appoggiati su un piano mobile che imprevedibilmente li ricombina, sempre gli stessi pezzi (ma è impossibile conoscerli tutti), ma con incastri diversi, sempre nuovi, come la musica, che ha solo 7 note con i loro accidenti, ma ha sempre, SEMPRE, qualcosa di nuovo da dire.
E a volte i pezzi si incontrano e decidono per conto loro di incastrarsi, così, imprevedibilmente.
E forse sì, si tratta semplicemente della vita che va avanti, e magari a ragione mi si potrebbe dire che ho scoperto l’acqua calda: il passato porta al presente.
Sì,l’acqua calda. Da bambino la adoravo, durante i bagni. Lei è sempre là , io ho perso parte dell’entusiasmo di allora, per l’acqua calda. Chi ci ha guadagnato? Chi perso? Non potevo crescere mantenendo la passione per l’acqua calda? Deliro, sì, ma sorrido, sono ragionamenti divertenti.
E’ che probabilmente è la solita storia della presa di coscienza.
Troppo spesso mi sono ritrovato a “dover fare” perché era “opportuno da parte di una persona della mia età e del mio ruolo” (qualunque esso sia), e dimenticavo la possibiltà più semplice: crescere e non mettere da parte quanto passato, ma conservarlo e riutilizzarlo, rimescolarlo, amarlo nel bene e nel male.
Perché ora, dopo questa gestazione, questo sono io: folle, scemo a volte, più creativo, testardo, ci metto anche stronzo, ma anche più capace di vivere, di amare, di meravigliarmi e di soffrire per ciò per cui valga davvero la pena di soffrire.
Ed ho un Giovanni da vivere, da far vivere, da donare, da strapazzare, da curiosare e da consumare.
E l’oggi è anche lui un passato di gestazione in atto, e domani sarò sempre io pur essendoci la possibilità di cambiare.
Non mi rimane che guardare, ora, e vivere ogni momento.
“…e il naufragar m’è dolce in questo mare.”
(ma io sono ottimista)
Stavolta ho delirato davvero, se siete arrivati fin qui, sul serio, vi ammiro, che stiate sorridendo, piangendo, ridendo di me o pensando di schiaffeggiarmi.
Saluti e buona vita.
Giovanni.