Pensiero di passaggio
mercoledì 16 luglio 2008
Stamattina m’è successo qualcosa di banalmente soprendente, o di sorprendentemente banale, ancora non so.
Dalle parti di Rebibbia, dove lavoro, passano due cellulari con lampeggianti accesi, a velocità sostenuta, vetri oscurati tranne quelli del pilota e del compagno.
Fin qui la banalità : mentre vai al lavoro capiterà pure di vedere una scena del genere, sopratutto se nelle vicinanze c’è uno dei carceri più funzionanti d’Italia.
Questa scena, tuttavia, ha innescato qualcosa nel mio agglomerato neuronale.
Avevo appena attraversato la strada, d’istinto volgo lo sguardo verso i piccoli vetri oscurati, ma ovviamente non vedo nulla.
Non so come né perché, mi sono immaginato lì dentro.
Cosa avrei fatto in quel preciso istante? Probabilmente sarei stato a guardare fuori dal finestrino, se ne avessi avuto la possibilità .
E cosa avrei visto? Un trentenne con pantaloni verdi e maglietta rossa, zaino e borsetta termica con il pranzo, che va al lavoro.
Una scena quotidiana.
Stop.
Quotidianità , pensiamo a questa parola.
La quotidianità che in tanti disprezziamo, odiamo, impicciamo, mascheriamo…alla fine…ce la costruiamo, chi più, chi meno.
E’ uno dei frutti della nostra autonomia, quando la sappiamo ben gestire.
E questo tipo di quotidianità , lì dentro, avrei potuto solo guardarla, oscurata e a ridotto campo visivo.
Ora, a prescindere da chi ci fosse lì dentro (ha poca importanza se ci fosse qualcuno, a questo punto), e a prescindere dal fatto che si trattasse di un criminale che s’è meritato la privazione di libertà , o di un poveraccio incastrato dalle circostanze e dalle aberrazioni del sistema, io in quel momento ho assaporato da fuori la mia libertà .
Credo di aver vissuto qualcosa di simile a ciò che alcuni mistici, in varie religioni e filosofie, definiscono “astrazione dal corpo“.
Che non è stato nulla di mistico o esoterico, ma non è stato meno sacro, vista la posta in gioco.
Io sono fuori, qualcun altro è dentro.
Io libero, lui no.
Io decido, tu non più.
Fatte salve le debite distinzioni sul sistema carcerario…sulla prigionia…sulle schiavitù cui tutti siamo sottoposti dalla cultura ecc ecc…qui si parla di qualcosa di pratico, di immediato.
A prescindere dall’atto…in potenza io sono libero, tu no, per dirla alla maniera di Aristotele.
Pazzesco, m’ha fatto tremare.
Di lì il passo è stato breve: ma questa libertà , come la gestiamo? Come la gestisco?
Mille domande, una sola risposta sicura: è un bene troppo prezioso.
Banalità ? Beh, può darsi, ma chiedo: quanti si soffermano ancora a pensarci?
Forse se riprenderssimo a riflettere su queste cose, riprenderebbero il loro valore, e smetterebbero di essere tali.
Meditiamo che ci fa bene…
Complicatamente vostro,
Gio.
P.S.: impressionante quello che ti può uscire dalla testa in un banale giorno di lavoro in una banale pausa tra una riga di codice e l’altra…
