Oggi sto nero.
martedì 24 marzo 2009Ma proprio nero nero.
Per la serie la giornata di ieri va alla grande e poi una puttanata te la fa andare storta.
Per la serie che ti svegli la mattina stanco morto, del tipo doposbornia, e devi attraversare uscire alla penombra di un grigio mattino per buttarti VOLONTARIAMENTE nella gomorra del traffico per raggiungere un posto che non vuoi raggiungere.
Per la serie che durante il tragitto non spiccichi parola con la persona che ami (e a dire il vero manco lei ne spiccica, almeno è reciproca…).
Per la serie, insomma, che l’unica citazione che ti viene in mente è: “…potrebbe piovere!“.
Per farla breve, ero vicino allo scoccare della seconda ora di traffico - e qui faccio un inciso, ero QUASI ALLA SECONDA ORA DI TRAFFICO ALLE NOVE DEL MATTINO, ma non in un traffico qualunque…nooo…nel traffico maleducato, panzone, ruttante, vomitevole, apatico, inutile, nevrotico, acido, perfido, bastardo e figlio di puttana di questa troia di città che è Roma – quando il tempo si ferma.
Tum.
Fa quasi rumore, mi sembra.
Il silenzio intendo. Non sento più nulla.
Non le persone in terza fila stretta con le auto contromano che litigano su chi debba passare…non la radio che rumoreggia con lo stile di uno sfintere…non sentivo ormai nemmeno più le mie imprecazioni, le mie incazzature che ormai sfogavo in tutta solitudine (almeno la margherita se l’è scampata).
Insomma, nel nero più nero, nel grigio del giorno vedo qualcosa di pazzesco, o di follesco…fate voi.
Una donna, sulla sessantina. Un po’ trasandata, ma solo per vita quotidiana, non era di sicuro una persona sciatta.
Aveva una busta della spesa in mano, e camminava.
Che vi devo dire…nel suo genere era bellissima.
Rugosa, un po’ piegata dagli anni, capelli bianchissimi medio-lunghi increspati da probabili liti con la spazzola e con la moda, e due occhi tagliati…o meglio intagliati, come nel legno.
Cazzo…cammina cammina a un certo punto, sul ponte della nomentana ad altezza piazza Sempione si ferma, si accosta alla ringhiera e sorride guardando in alto.
Comincia a parlare, a dialogare direi.
Non so spiegarvelo…immaginatela mentre incontra una persona che non vede da tempo, alza la testa, la guarda negli occhi, socchiusi per il sole (che non c’era), annuisce, parla, risponde, ascolta, sorride di nuovo…poi fa altri 2 passi, e quindi ricomincia, come se qualcuno le avesse dato una notizia…o che so detto una battuta.
Tutto questo guardando vecchissimi, immensi e verdi alberi.
Non so se mi sono spiegato…non parlava con nessuno, davanti ai miei occhi.
Una donna che dialoga con gli alberi, mi mancava.
La seguo con lo sguardo, e mi ritrovo in silenzio, nel silenzio.
Se ne va per la sua strada, e quando il traffico (mai così provvidenzialmente lento) mi impone di tornare sulla mia porca via…la immagino, dopo averla persa di vista, tornare a casa, sistemare la spesa nella dispensa, sorridere e parlare, e a questo punto non importa con chi.
Come mi sono sentito?
Frastornato, silenzioso, vuoto, bambino, stronzo, sbronzo, leggero, inutile, morbido, assonnato, narcotizzato, felice.
Ma sopratutto, di fronte ad una donna così, piccola, vecchia, rugosa, piegata, e matta…mi sono sentito pazzo.
E dicendo pazzo lo dico nel peggiore dei termini. Pazzo, fuso, idiota, imbecille, anormale.
Davanti a quella donna, mi sono sentito disumano.
Sono arrivato al lavoro, non parlo quasi con nessuno, se non per due riunioni lampo del cacchio.
Sono sempre tanto arrabbiato, stanco, ma non mi arrendo.
C’è qualcosa che non mi torna, e che prima mi tornava. Mi sono perso qualche pezzo per strada…ancora non ho capito se devo tornare indietro e cercare o trovare il guasto e ripararlo con il fil di ferro e tirare dritto.
Non lo so, ma devo ritrovare un paio di cosette, e farle vedere anche a lei, che è la sola a potermi capire.
Che la vita me la mandi buona, nuda e cruda com’è, perché di metafisico m’è rimasto ben poco (e per tanti versi…meglio così).
Buona vita a tutti, sopratutto a me e alla margherita.
Gio
Buongiorno Paole’!